La Riserva naturale orientata Cavagrande del Cassibile è una riserva naturale orientata regionale della Sicilia, ricca di rilevanze paesaggistiche, antropologiche, idrogeologiche, archeologiche e speleologiche. L'area si estende per 2700,00 ettari, suddivise fra i 900,00 ha della zona A (riserva) e i 1860,00 ha della zona B (preriserva). La riserva è stata istituita nel 1990 (D.A. del 13 luglio) ed è gestita dall'Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana.
Essa è attraversata dal fiume Cassibile (l'antico Kacyparis greco), che nel corso dei millenni ha creato una serie di profondi canyon. Nel fondovalle, ha finito per crearsi un complesso sistema di piccole cascate e invasi naturali (localmente detti uruvi) spesso balneabili. La quota più alta raggiunta dall'altipiano rispetto al letto del fiume è di 520 m slm, ma è nei pressi del belvedere di Avola Antica che, con i suoi 507 metri, il fiume raggiunge la massima profondità. Sempre in questo tratto raggiunge la massima ampiezza di 1200 metri. Nei 10 km di lunghezza del canyon, come detto, si possono ammirare numerosi laghetti, con acque fresche e limpide, fra cui spiccano per bellezza i piccoli laghi nei pressi di Avola Antica accessibili al pubblico tramite una scala storica, detta Scala Cruci.
Ciò che rende spettacolari le cave a causa dello scorrimento dei corsi d’acqua, è la morfologia del grande canyon di Cava Grande del Cassibile, il Kakyparis dei Greci. Sul versante nord è possibile osservare un piccolo agglomerato di abitazioni rupestri. Nella zona sud si trova un complesso sistema di abitazioni, scavate nella roccia, disposte una accanto all’altra su sei diversi livelli paralleli, collegati tra loro da un sistema di cunicoli e gallerie. Mentre ai margini della riserva, a nord-est, sorgono varie necropoli antiche, nelle quali sono stati trovati ricchi corredi tombali e materiale ceramico: la sua peculiare decorazione, detta piumata o marmorizzata, rientra nell’ambito della cultura Ausonia presente nelle isole Eolie e nella Sicilia orientale intorno al 1.000 a.C.
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Riserva Naturale Orientata Laghetti di Marinello La Riserva Naturale orientata Laghetti di Marinello,istituita nel 1998 ed affidata in gestione alla Provincia Regionale di messina, si estende su una superficie di circa 378 ettari ricadenti nel territorio comunale di Patti. Percorrendo l’autostrada A/20, Me-Pa, a circa 55 km in direzione Palermo, al centro del golfo di Patti si estende un vasto a…renile che racchiude laghetti litoranei salmastri delle acque tiepide e cristalline. L’area lagunare di Marinello sottoposta ad imponenti variazioni morfologiche che modificano la linea di spiaggia e creano laghetti litoranei salmastri, semi-permanenti o temporanei, rappresenta un vistoso sistema di frecce litorali (Flches) unico lungo la costa tirrenica siciliana. La formazione dei laghetti e la loro persistenza da attribuire all’azione contaminante e concorrente della tettonica(movimenti del terreno) e delle condizioni meteo-marine. Il trasporto litoraneo e l’accumulo dei materiali sabbioso-ghiaiosi sono dovuti ad un fenomeno raro che si manifesta a seguito di un improvviso approfondimento dei fondali in presenza di un forte angolo di incidenza delle onde del mare dominante. L’origine dei laghetti semi-permanenti esistenti denominati Marinello, Mergolo della Tonnara e Verde, ubicati a ridosso della parete rocciosa, viene fatta risalire a circa 100 anni orsono, successivamente al 1877, data del rilievo dell’Istituto Idrografico della Marina nel quale la formazione sabbiosa risultava inesistente. La tendenza evolutiva del sistema lagunare sembra procedere verso un progressivo isolamento dal mare con il passaggio di associazioni faunistiche e floristiche dall’ambiente marino all’ambiente salmastro. La complessità strutturale dell’area determina, insieme al progressivo confinamento dal mare, la diversificazione idrobiologica dell’ecosistema riscontrabile in ogni singolo bacino con l’evidenziazione di numerose specie endemiche o rare tra cui, a titolo d’esempio il:copedope Phyllopodopsillus pauli, ed il gobide Buenia affinis, qui presente con l’unica popolazione attualmente nota per il mediterraneo. La Riserva dei Laghetti di Marinello rappresenta una delle poche aree costiere del distretto floristico Peloritano in eccellente stato di conservazione caratterizzata da una notevole varietà di ambienti e da una vegetazione alquanto ricca e diversificata. Lungo il litorale sabbioso possibile osservare una vegetazione pioniera dominata da barboncino mediterraneo (Hyparrhenia hirta) e da elicriso (Helichrysum italicum), in cui rinvengono specie particolarmente rare come il cardo-pallottola vischioso (Echinops spinosissimum) e sulle sponde degli specchi d’acqua salmastri la lisca costiera (Schoenoplectus litoralis). Nelle acque dei laghetti si ritrova il fieno di mare (Ruppia marittima), una rara pianta vascolare tipica di ambienti salmastri, e Halophila stipulacea, specie originaria del Mar Rosso, diffusasi nelle acue costiere del mediterraneo in seguito all’apertura del Canale di Suez. Sulle falesie, la vegetazione rupicola ricca di specie rare e di preziosi endemismi come la centaurea di Seguenza (Centaurea seguenzae), il garofano delle rupi (Dianthus rupicola), il cavolo biancastro (Brassica incana), l’erucastro (Erucastrum virgatum subsp. virgatum), e la vedovina delle scogliere (Scabiosa cretica) che caratterizzano, con le loro fioriture, un paesaggio costiero di rara bellezza.Lungo i pendii che dalle rupi più alte scendono verso il mare, trionfa la macchia mediterranea con il lentisco (Pistacia lentiscus), l’alaterno (Rhamnus alternus), il caprifoglio mediterraneo (Lonicera implexa) e sopratutto l’euforbia arborescente (Euphorbia dendroides). Sui pianori sommitali, nei dintorni dell’area archeologica, cresce la rara mandragora autunnale (Mandragora autumnalis). Le lagune di Marinello, peculiari ambienti umidi, situate lungo una delle rotte migratorie più importanti d’Europa, costituiscono un sicuro approdo per centinaia di specie diverse di uccelli, dal piccolo luì dal peso di appena 12 grammi, all’elegante cicogna bianca dall’apertura alare di oltre due metri. Dette zone umide con le sovrastanti pareti rocciose sub-verticali rappresentano un habitat elitario per la nidificazione di numerose varietà di uccelli tra cui il gheppio, il corvo imperiale, il raro falco pellegrino, l’occhiocotto e la sterpazzolina, piccoli uccelli tipici della macchia mediterranea, la tacola, ecc.
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Ci sono luoghi per la storia, dove il tempo ha segnato la sua voce, la verità il suo enigma, nel cuore del mediterraneo, a Piazza Armerina nella dolce valle del casale, maestranze, ispirate scrissero, con la pietra, il testamento di tutta l'umanità classica mentre il vento del tempo, seppelliva le sue spoglie, apparì sulle tessere dei mosaici un racconto musivo, che aveva cucito l'eco di infiniti giorni per comporre le sembianze di memoria e cantare ai posteri il cunto, di Ulisse, di Ambrosia, il cunto della caccia e della vendemmia, il cunto dei giganti e quello dell'impero senza dimenticare mai il destino, umano, che nelle sue opere più significative rimane un mistero…."
La Villa Romana del Casale fu costruita tra la fine del sec. III e l'inizio del sec. IV d.C., nell'ambito di un sistema di latifondi appartenenti a potenti famiglie romane, che vi si recavano a caccia o in vacanza. Alcuni studiosi suppongono che la villa fosse appartenuta ad una personalità altolocata della gerarchia dell'Impero Romano (un Console), mentre altri sostengono che la villa sia appartenuta all'Imperatore M. Valerio Massimiano, detto Herculeos Victor.
Abitata anche in eta' araba, la villa fu parzialmente distrutta dai normanni, in seguito, una valanga di fango, provenienti dal monte Mangone, che la sovrasta, la coprì quasi totalmente.
Le prime campagne di scavo a livello scientifico, promosse dal Comune di Piazza Armerina, furono eseguite nell'anno 1881. Gli scavi furono ripresi nel 1935 fino al 1939, ed infine, con l'intervento della Regione Siciliana negli anni 50, fu portato completamente alla luce l'intero complesso, grazie all'opera dell'archeologo Vinicio Gentili.
La morfologia del terreno ha determinato la planimetria molto articolata della villa: vi si possono distinguere una parte residenziale intorno al grande peristilio centrale su cui si affaccia anche la basilica, una zona di rappresentanza con il peristilio ellittico (Xistus) e la grande sala trilobata (Triclinio), il complesso delle terme dal movimentato impianto planimetrico. Il cortile-porticato d'ingresso, a pianta irregolare, funge da cerniera tra queste tre parti. I mosaici furono realizzati da diversi gruppi di maestranze nordafricane che mediavano eredità alessandrine e tendenze siriache.
Ciò che più piacerà ai visitatori, senza dubbio, sono i magnifici mosaici del pavimento, in tutte le sale, che sono di una ricchezza e di una varietà tale che non ci sono paragoni nel mondo.
Sebbene niente possa dare un'idea compiuta della mirabile decorazione musiva di questa fantastica, singolare, misteriosa villa, consapevoli che non si può rendere con parole ciò che può essere gioia solo attraverso gli occhi, vogliamo tuttavia offrire al visitatore la descrizione e una chiave di comprensione dell'immenso tappeto di mosaici pavimentali che ne fanno una gemma inestimabile nella storia dell'arte.
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La Villa Romana del Casale fu costruita tra la fine del sec. III e l'inizio del sec. IV d.C., nell'ambito di un sistema di latifondi appartenenti a potenti famiglie romane, che vi si recavano a caccia o in vacanza. Alcuni studiosi suppongono che la villa fosse appartenuta ad una personalità altolocata della gerarchia dell'Impero Romano (un Console), mentre altri sostengono che la villa sia appartenuta all'Imperatore M. Valerio Massimiano, detto Herculeos Victor.
Abitata anche in eta' araba, la villa fu parzialmente distrutta dai normanni, in seguito, una valanga di fango, provenienti dal monte Mangone, che la sovrasta, la coprì quasi totalmente.
Le prime campagne di scavo a livello scientifico, promosse dal Comune di Piazza Armerina, furono eseguite nell'anno 1881. Gli scavi furono ripresi nel 1935 fino al 1939, ed infine, con l'intervento della Regione Siciliana negli anni 50, fu portato completamente alla luce l'intero complesso, grazie all'opera dell'archeologo Vinicio Gentili.
La morfologia del terreno ha determinato la planimetria molto articolata della villa: vi si possono distinguere una parte residenziale intorno al grande peristilio centrale su cui si affaccia anche la basilica, una zona di rappresentanza con il peristilio ellittico (Xistus) e la grande sala trilobata (Triclinio), il complesso delle terme dal movimentato impianto planimetrico. Il cortile-porticato d'ingresso, a pianta irregolare, funge da cerniera tra queste tre parti. I mosaici furono realizzati da diversi gruppi di maestranze nordafricane che mediavano eredità alessandrine e tendenze siriache.
Ciò che più piacerà ai visitatori, senza dubbio, sono i magnifici mosaici del pavimento, in tutte le sale, che sono di una ricchezza e di una varietà tale che non ci sono paragoni nel mondo.
Sebbene niente possa dare un'idea compiuta della mirabile decorazione musiva di questa fantastica, singolare, misteriosa villa, consapevoli che non si può rendere con parole ciò che può essere gioia solo attraverso gli occhi, vogliamo tuttavia offrire al visitatore la descrizione e una chiave di comprensione dell'immenso tappeto di mosaici pavimentali che ne fanno una gemma inestimabile nella storia dell'arte.
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Pantalica è località naturalistico-archeologica della provincia di Siracusa. Nel 2005 è stata insignita assieme al centro storico di Siracusa del titolo di Patrimonio dell'UNESCO.
Il sito si trova su un altopiano, circondato da canyon formati nel corso dei millenni da due fiumi, l'Anapo e il Calcinara, che hanno determinato l'orografia a canyon caratteristica della zona. L'altopiano così come le vallate sottostanti (Valle dell'Anapo) sono delle importanti zone naturalistiche.
Vari sentieri permettono di visitare il sito. La Valle dell'Anapo è accessibile da due varchi collegati tra di loro, dal lato di Sortino e dal lato di Ferla. Questo sentiero corre per più di 10 km sul tracciato dell'ex linea ferroviaria Siracusa-Vizzini. La visita all'altipiano può invece partire dalla cosiddetta Sella di Filiporto, raggiungibile dal paese di Ferla o dall'altro lato, dal versante di Sortino, passando sopra la cosiddetta Grotta dei pipistrelli.
Nella prima metà del XIII secolo a.C., tutti gli insediamenti costieri scompaiono quasi all'improvviso per l’arrivo in Sicilia dei Siculi e di altre popolazioni italiche; la popolazione indigena abbandona la fascia costiera e cerca rifugio in impervie e disagevoli zone montane, scelte perché rispondenti ad esigenze di difesa, e si riunisce in grossi agglomerati.
Storicamente è noto che il re Hiblon concesse ai megaresi, condotti da Lamis, di stanziarsi in un lembo del suo territorio e fondare Megara Iblea nel 728 a.C. Ma la successiva nascita ed espansione di Siracusa determinò la distruzione del regno, essendosi il regno di Siracusa espanso sino all’entroterra, con la fondazione di Akrai nel 664 a.C. Di questa epoca restano le vestigia del Palazzo del principe o Anaktoron, nonché la presenza di una vasta necropoli di ben 5000 tombe a grotticella artificiale, scavate nella roccia.
L'area della necropoli non sarà mai del tutto abitata in epoca greca; dovremo attendere i primi secoli del Medioevo, quando le popolazioni stremate dalle incursioni dei barbari, dei pirati e poi degli arabi, dovendo cercare rifugi sicuri li trovarono nei suoi ripari inaccessibili; si hanno così le testimonianze di epoca bizantina. Ancora oggi sono visibili i resti delle abitazioni scavate nella roccia in epoca bizantina ed i resti dei piccoli oratori rupestri della Grotta del crocifisso, di San Nicolicchio e di San Micidiario.
Fa parte della Riserva naturale orientata Pantalica, Valle dell'Anapo e Torrente Cava Grande.
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Il sito si trova su un altopiano, circondato da canyon formati nel corso dei millenni da due fiumi, l'Anapo e il Calcinara, che hanno determinato l'orografia a canyon caratteristica della zona. L'altopiano così come le vallate sottostanti (Valle dell'Anapo) sono delle importanti zone naturalistiche.
Vari sentieri permettono di visitare il sito. La Valle dell'Anapo è accessibile da due varchi collegati tra di loro, dal lato di Sortino e dal lato di Ferla. Questo sentiero corre per più di 10 km sul tracciato dell'ex linea ferroviaria Siracusa-Vizzini. La visita all'altipiano può invece partire dalla cosiddetta Sella di Filiporto, raggiungibile dal paese di Ferla o dall'altro lato, dal versante di Sortino, passando sopra la cosiddetta Grotta dei pipistrelli.
Nella prima metà del XIII secolo a.C., tutti gli insediamenti costieri scompaiono quasi all'improvviso per l’arrivo in Sicilia dei Siculi e di altre popolazioni italiche; la popolazione indigena abbandona la fascia costiera e cerca rifugio in impervie e disagevoli zone montane, scelte perché rispondenti ad esigenze di difesa, e si riunisce in grossi agglomerati.
Storicamente è noto che il re Hiblon concesse ai megaresi, condotti da Lamis, di stanziarsi in un lembo del suo territorio e fondare Megara Iblea nel 728 a.C. Ma la successiva nascita ed espansione di Siracusa determinò la distruzione del regno, essendosi il regno di Siracusa espanso sino all’entroterra, con la fondazione di Akrai nel 664 a.C. Di questa epoca restano le vestigia del Palazzo del principe o Anaktoron, nonché la presenza di una vasta necropoli di ben 5000 tombe a grotticella artificiale, scavate nella roccia.
L'area della necropoli non sarà mai del tutto abitata in epoca greca; dovremo attendere i primi secoli del Medioevo, quando le popolazioni stremate dalle incursioni dei barbari, dei pirati e poi degli arabi, dovendo cercare rifugi sicuri li trovarono nei suoi ripari inaccessibili; si hanno così le testimonianze di epoca bizantina. Ancora oggi sono visibili i resti delle abitazioni scavate nella roccia in epoca bizantina ed i resti dei piccoli oratori rupestri della Grotta del crocifisso, di San Nicolicchio e di San Micidiario.
Fa parte della Riserva naturale orientata Pantalica, Valle dell'Anapo e Torrente Cava Grande.
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Riserva naturale orientata Isola delle Femmine La Riserva naturale orientata Isola delle Femmine si trova sull’omonimo isolotto situato a circa trecento metri dalla costa prospiciente il comune di Isola delle Femmine in provincia di Palermo. La riserva è stata istituita, dalla Regione Siciliana, nel 1997 ed è stata affidata alla LIPU dal 1998. Essa è nata per tutelare il patrimonio floristico locale e per favorire la sosta delle specie faunistiche che sostano sull’isola nei loro movimenti migratori.
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Cava d’Ispica – Foto di Leandro Di Stefano Strada Provinciale Modica-Cava Ispica tel: 0932771667… La Cava Ispica è un complesso preistorico di grotte, scavate lungo la valle di un torrente localizzato tra i comuni di Modica e Ispica in Provincia di Ragusa e Rosolini, in Provincia di Siracusa, in Sicilia. Cava Ispica (non "d’Ispica") ebbe origine da una frattura di origine tettonica risalente a tempi remotissimi forse a causa di sconvolgimenti tellurici di magnitudo molto elevata. Si presenta con pareti quasi a strapiombo nei cui anfratti e grotte trovarono rifugio i primi abitanti della zona. I primi insediamenti vengono datati al 2000 a.C. Abitata quasi ininterrottamente nel tempo fu rifugio dei Siculi scacciati dalle coste dalla penetrazione dei coloni greci. Lo fu anche durante le invasioni barbariche e per tutto il periodo bizantino (VI-IX secolo), di cui rimangono tombe e chiese rupestri, e durante le incursioni saracene. Le grotte, di varia funzione e dimensione, accoglievano in uno o più ambienti tutte le funzioni delle antiche popolazioni. Grotta di Cava IspicaTutto il bacino storico comprende la cava principale (circa 13 km) e numerosi altri siti sparsi nel territorio circostante. L’area comprende anche un complesso tombale di quasi 500 tombe, di epoca cristiana (IV – V secolo). Abitata da sempre abitata e fino a tempi recenti, è l’esempio di come si dovevano presentare in antico tutti i centri urbani collinari del Val di Noto. I vari terremoti, tra cui quello più distruttivo del 1693, ne hanno seriamente compromesso l’originario aspetto. Il suo abbandono è collegato alla prosperità della vicina Modica dalla dominazione araba in poi. Nel 1936 l’antica città di Spaccaforno, il cui nome derivava dalla corruzione in volgare del termine latino Hyspicaefundus (fondo del fiume Ispa, da cui prende il nome la Cava), poi mutatosi in Isbacha, mutò il suo nome in Ispica, secondo un principio alquanto arbitrario che venne seguito anche per altre città italiane e siciliane (tra le altre città, Castrogiovanni divenne Enna, Biscari divenne Acate): il toponimo dell’insediamento archeologico è dunque preesistente alla fondazione della città omonima e ne ha dunque generato la denominazione. Prove di insediamenti, come chiese rupestri e necropoli, si trovano lungo tutto il percorso, ma i più interessanti di trovano sia nella parte Nord, vicino Modica, che nella parte sud, luogo dove sorgeva il vecchio abitato di Hyspicaefundus, adiacente Ispica.
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La costa dello Zingaro è uno dei pochissimi tratti di costa della Sicilia non contaminata dalla presenza di una strada litoranea.
Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo, ma in seguito ad una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una partecipatissima marcia di protesta che ebbe luogo il 18 maggio 1980, l’Azienda Regionale Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l’area dello Zingaro riconosciuta di grande interesse ambientale.
Con la legge regionale 98/81, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.
La Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani (coordinate geografiche: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833Coordinate: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833)
Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito Lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare; si estende lungo 7 km di costa e quasi 1.700 ha di natura incontaminata.
La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un’altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette. All’interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo della Manna, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e degli antichi caseggiati rurali adibiti a rifugio (contrada Sughero), presso i quali è possibile anche pernottare su richiesta.
I rifugi utilizzati per il bivacco vengono concessi soltanto nel periodo che va da ottobre a maggio.
Per usufruire del servizio è necessario compilare una domanda scritta (vedi modulo), da inviare via mail alla Direzione della Riserva (mailto:info@riservazingaro.it). Fonte: wikipedia
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Riserva naturale orientata dello Zingaro
La costa dello Zingaro è uno dei pochissimi tratti di costa della Sicilia non contaminata dalla presenza di una strada litoranea. Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo, ma in seguito ad una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una partecipatissima marcia di protesta che ebbe luogo il 18 maggio 1980, l’Azienda Regionale Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l’area dello Zingaro riconosciuta di grande interesse ambientale.
Con la legge regionale 98/81, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.
La Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani (coordinate geografiche: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833 Coordinate: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833)
Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito Lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare; si estende lungo 7 km di costa e quasi 1.700 ha di natura incontaminata. La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un’altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette. All’interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo della Manna, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e degli antichi caseggiati rurali adibiti a rifugio (contrada Sughero), presso i quali è possibile anche pernottare su richiesta.
I rifugi utilizzati per il bivacco vengono concessi soltanto nel periodo che va da ottobre a maggio. Per usufruire del servizio è necessario compilare una domanda scritta (vedi modulo), da inviare via mail alla Direzione della Riserva (mailto:info@riservazingaro.it).
Fonte: wikipedia
Riserva dello Zingaro (TP) – Foto di Francesco TurrisiiRiserva dello Zingaro da San Vito lo Capo – Foto di Schiera Maria GraziaRiserva Naturale Dello Zingaro, Trapani – Foto di Marilena Di GiuseppeRiserva dello zingaro – caletta – Foto di Pasquale MaistoRiserva dello Zingaro – Cala Torre dell’Uzzo – Foto di Paola G.Riserva dello zingaro – Foto di cesco1979Riserva dello zingaro – Foto di cesco1979
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Con la legge regionale 98/81, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.
La Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani (coordinate geografiche: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833Coordinate: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833)
Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito Lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare; si estende lungo 7 km di costa e quasi 1.700 ha di natura incontaminata.
La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un’altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette. All’interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo della Manna, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e degli antichi caseggiati rurali adibiti a rifugio (contrada Sughero), presso i quali è possibile anche pernottare su richiesta.
I rifugi utilizzati per il bivacco vengono concessi soltanto nel periodo che va da ottobre a maggio.
Per usufruire del servizio è necessario compilare una domanda scritta (vedi modulo), da inviare via mail alla Direzione della Riserva (mailto:info@riservazingaro.it). Fonte: wikipedia
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Riserva naturale orientata dello Zingaro
La costa dello Zingaro è uno dei pochissimi tratti di costa della Sicilia non contaminata dalla presenza di una strada litoranea. Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea Scopello-San Vito Lo Capo, ma in seguito ad una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una partecipatissima marcia di protesta che ebbe luogo il 18 maggio 1980, l’Azienda Regionale Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l’area dello Zingaro riconosciuta di grande interesse ambientale.
Con la legge regionale 98/81, venne ufficialmente istituita la riserva, la prima riserva naturale della Sicilia, affidata in gestione all’Azienda Regionale Foreste Demaniali.
La Riserva si estende nella parte Occidentale del Golfo di Castellammare, nella penisola di San Vito Lo Capo che si affaccia sul Tirreno tra Castellammare del Golfo e Trapani (coordinate geografiche: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833 Coordinate: 38°06’15?N 12°47’27?E? / 38.104238, 12.790833)
Il territorio ricade per gran parte nel comune di San Vito Lo Capo e in misura minore nel comune di Castellammare; si estende lungo 7 km di costa e quasi 1.700 ha di natura incontaminata. La costa è formata da calcareniti quaternarie e da rilievi calcarei del Mesozoico di natura dolomitica, con falesie che da un’altezza massima di 913 m (Monte Speziale) degradano ripidamente verso il mare, intercalate da numerose calette. All’interno della riserva si trovano il Museo Naturalistico, il Museo delle Attività Marinare, il Museo della Civiltà Contadina, il Museo della Manna, il Centro di Educazione Ambientale, due aree attrezzate e degli antichi caseggiati rurali adibiti a rifugio (contrada Sughero), presso i quali è possibile anche pernottare su richiesta.
I rifugi utilizzati per il bivacco vengono concessi soltanto nel periodo che va da ottobre a maggio. Per usufruire del servizio è necessario compilare una domanda scritta (vedi modulo), da inviare via mail alla Direzione della Riserva (mailto:info@riservazingaro.it).
Fonte: wikipedia
Riserva dello Zingaro (TP) – Foto di Francesco TurrisiiRiserva dello Zingaro da San Vito lo Capo – Foto di Schiera Maria GraziaRiserva Naturale Dello Zingaro, Trapani – Foto di Marilena Di GiuseppeRiserva dello zingaro – caletta – Foto di Pasquale MaistoRiserva dello Zingaro – Cala Torre dell’Uzzo – Foto di Paola G.Riserva dello zingaro – Foto di cesco1979Riserva dello zingaro – Foto di cesco1979
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La Riserva Naturale orientata Laghetti di Marinello,istituita nel 1998 ed affidata in gestione alla Provincia Regionale di messina, si estende su una superficie di circa 378 ettari ricadenti nel territorio comunale di Patti.Percorrendo l’autostrada A/20, Me-Pa, a circa 55 km in direzione Palermo, al centro del golfo di Patti si estende un vasto arenile che racchiude laghetti litoranei salmastri delle acque tiepide e cristalline. L’area lagunare di Marinello sottoposta ad imponenti variazioni morfologiche che modificano la linea di spiaggia e creano laghetti litoranei salmastri, semi-permanenti o temporanei, rappresenta un vistoso sistema di frecce litorali (Flches) unico lungo la costa tirrenica siciliana. La formazione dei laghetti e la loro persistenza da attribuire all’azione contaminante e concorrente della tettonica(movimenti del terreno) e delle condizioni meteo-marine. Il trasporto litoraneo e l’accumulo dei materiali sabbioso-ghiaiosi sono dovuti ad un fenomeno raro che si manifesta a seguito di un improvviso approfondimento dei fondali in presenza di un forte angolo di incidenza delle onde del mare dominante.L’origine dei laghetti semi-permanenti esistenti denominati Marinello, Mergolo della Tonnara e Verde, ubicati a ridosso della parete rocciosa, viene fatta risalire a circa 100 anni orsono, successivamente al 1877, data del rilievo dell’Istituto Idrografico della Marina nel quale la formazione sabbiosa risultava inesistente. La tendenza evolutiva del sistema lagunare sembra procedere verso un progressivo isolamento dal mare con il passaggio di associazioni faunistiche e floristiche dall’ambiente marino all’ambiente salmastro. La complessità strutturale dell’area determina, insieme al progressivo confinamento dal mare, la diversificazione idrobiologica dell’ecosistema riscontrabile in ogni singolo bacino con l’evidenziazione di numerose specie endemiche o rare tra cui, a titolo d’esempio il:copedope Phyllopodopsillus pauli, ed il gobide Buenia affinis, qui presente con l’unica popolazione attualmente nota per il mediterraneo.La Riserva dei Laghetti di Marinello rappresenta una delle poche aree costiere del distretto floristico Peloritano in eccellente stato di conservazione caratterizzata da una notevole varietà di ambienti e da una vegetazione alquanto ricca e diversificata. Lungo il litorale sabbioso possibile osservare una vegetazione pioniera dominata da barboncino mediterraneo (Hyparrhenia hirta) e da elicriso (Helichrysum italicum), in cui rinvengono specie particolarmente rare come il cardo-pallottola vischioso (Echinops spinosissimum) e sulle sponde degli specchi d’acqua salmastri la lisca costiera (Schoenoplectus litoralis). Nelle acque dei laghetti si ritrova il fieno di mare (Ruppia marittima), una rara pianta vascolare tipica di ambienti salmastri, e Halophila stipulacea, specie originaria del Mar Rosso, diffusasi nelle acue costiere del mediterraneo in seguito all’apertura del Canale di Suez.Sulle falesie, la vegetazione rupicola ricca di specie rare e di preziosi endemismi come la centaurea di Seguenza (Centaurea seguenzae), il garofano delle rupi (Dianthus rupicola), il cavolo biancastro (Brassica incana), l’erucastro (Erucastrum virgatum subsp. virgatum), e la vedovina delle scogliere (Scabiosa cretica) che caratterizzano, con le loro fioriture, un paesaggio costiero di rara bellezza.Lungo i pendii che dalle rupi più alte scendono verso il mare, trionfa la macchia mediterranea con il lentisco (Pistacia lentiscus), l’alaterno (Rhamnus alternus), il caprifoglio mediterraneo (Lonicera implexa) e sopratutto l’euforbia arborescente (Euphorbia dendroides). Sui pianori sommitali, nei dintorni dell’area archeologica, cresce la rara mandragora autunnale (Mandragora autumnalis). Le lagune di Marinello, peculiari ambienti umidi, situate lungo una delle rotte migratorie più importanti d’Europa, costituiscono un sicuro approdo per centinaia di specie diverse di uccelli, dal piccolo luì dal peso di appena 12 grammi, all’elegante cicogna bianca dall’apertura alare di oltre due metri. Dette zone umide con le sovrastanti pareti rocciose sub-verticali rappresentano un habitat elitario per la nidificazione di numerose varietà di uccelli tra cui il gheppio, il corvo imperiale, il raro falco pellegrino, l’occhiocotto e la sterpazzolina, piccoli uccelli tipici della macchia mediterranea, la tacola, ecc.fonte: www.oliverisulweb.com Foto da: http://www.facebook.com/group.php?gid=50153429926fonte: www.oliverisulweb.com Marinello, vista delle pozze salmastre dal santuario del Tindari (ME)Vista dei laghetti di Marinello Foto di Valentina MuscaràLaghetti di Marinello – Foto di Martina MartinaLaghetti di Marinello – Oliveri (ME
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Castagno dei Cento Cavalli L’albero si trova nel bosco di Carpineto, nel versante orientale del vulcano Etna, in un’area tutelata dal Parco Regionale dell’Etna. Il castagno oggiDiversi botanici concordano che avrebbe dai due ai quattro mila anni di vita e secondo il botanico torinese Bruno Peyronel è l’albero più antico d’Europa ed il più grande d’Italia (1982)[2]…. Le prime notizie storiche certe sul Castagno dei Cento Cavalli furono fornite dal De Amodeo, Carrera e da altri nel XVI secolo. Pietro Carrera ne «Il Mongibello» (1636), descrisse maestoso il tronco e l’albero «…capace di ospitare nel suo interno trenta cavalli». Successivamente ne parlerà anche Antonio Filoteo (1611). Il 21 agosto 1745 venne emanato un primo atto dal «Tribunale dell’Ordine del Real Patrimonio di Sicilia» [3]che tutelava istituzionalmente il Castagno dei Cento Cavalli ed il vicino Castagno Nave. Visto il periodo (fine del XVIII secolo) è un atto da annoverare fra i primati della tutela ambientale. L’insigne naturalista catanese Giuseppe Recupero in «Storia naturale e generale dell’Etna» descriveva dettagliatamente l’albero, cercò di fornire diverse prove e dimostrazioni sulla unicità dalla pianta (allora era in discussione se fossero più alberi) e narrò che nell’anno 1766 trovò la casa molto deteriorata [4](esisteva una casa sotto le fronde del castagno, si può notare nel quadro di Jean-Pierre Houël). Castagno dei Cento Cavalli, Jean-Pierre Houël ca. 1777.Sarà ritratto da molti viaggiatori del Grand Tour, fra questi Patrick Brydone e Jean Houel, che, nella sua opera Voyage de la Sicile, de Malta e Lipari, lo descriverà e ritrarrà nel 1787. Queste le parole con cui l’artista lo descrive in uno stralcio della sua opera: …"La sua mole è tanto superiore a quella degli altri alberi, che mai si può esprimere la sensazione provata nel descriverlo. Mi feci inoltre, dai dotti del villaggio raccontare la storia di questo albero (che) si chiama dei cento cavalli in causa della vasta estensione della sua ombra. Mi dissero come la regina Giovanna I d’Aragona recandosi dalla Spagna a Napoli, si fermasse in Sicilia e andasse a visitare l’Etna, accompagnata da tutta la nobiltà di Catania stando a cavallo con essa, come tutto il suo seguito. Essendo sopravvenuto un temporale, essa si rifugiò sotto quest’albero, il cui vasto fogliame bastò per riparare dalla pioggia questa regina e tutti i suoi cavalieri"… A seguito del dipinto e delle belle parole che Houel dedicò all’artista, in tempi recenti l’amministrazione comunale ha deciso di dedicargli una Via, proprio nei pressi dell’albero. Inoltre questo sarà oggetto di studio da Alberto Fortis in Della coltura del castagno (1780), che lo troverà degradato [5]. Nel 1923 l’albero subirà un incendio che lo intaccherà nel tronco principale (voci popolari parlano di vendetta di alcuni abitanti di Giarre, per l’autonomia amministrativa ottenuta dal paese di Sant’Alfio proprio dal comune giarrese) Il Castagno fu preminentemente proprietà di nobili famiglie locali (fra cui i Caltabiano) e venne usato come luogo di conviviali e banchetti per ospiti illustri. Nel 1965 il castagno fu espropriato e dichiarato monumento nazionale. Solo alla fine del XX secolo alcuni enti locali hanno avviato una serie di studi per tutelare e conservare il castagno. Il programma televisivo scientifico Super Quark, trasmesso sul canale Rai Uno, studiò il DNA, prelevato dal castagno. Con i risultati, affermò che il castagno potrebbe avere la più grande circonferenza del mondo[6], prima di un grande cipresso presente in Messico e largo 38 mt. Ma questa affermazione è ora al vaglio degli studiosi, perché si sta discutendo nuovamente della unicità dell’albero.
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Il Parco regionale dei Nebrodi, istituito il 4 agosto 1993, con i suoi 86.000 ha di superficie è la più grande area naturale protetta della Sicilia
I Nebrodi, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono l’Appennino siculo. Essi s’affacciano, a nord, direttamente sul Mar Tirreno, mentre il loro limite meridionale è segnato dall’Etna, in particolare dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto.
Notevole è la escursione altimetrica, che da poche decine di metri sul livello del mare raggiunge la quota massima di 1847 metri di Monte Soro. Altri rilievi da segnalare sono la Serra del Re (1754 metri), Pizzo Fau (1686 metri) e Serra Pignataro (1661 metri). Gli elementi principali che più fortemente caratterizzano il paesaggio naturale dei Nebrodi sono l’asimmetria dei vari versanti, la diversità di modellazione dei rilievi, la ricchissima vegetazione e gli ambienti umidi. Connotazione essenziale dell’andamento orografico è la dolcezza dei rilievi, dovuta alla presenza di estesi banchi di rocce argillose ed arenarie: le cime, che raggiungono con Monte Soro la quota massima di 1847 s. l. m., hanno fianchi arrotondati e s’aprono in ampie vallate solcate da numerose fiumare che sfociano nel Mar Tirreno. Ove però predominano i calcari, il paesaggio assume aspetti dolomitici, con profili irregolari e forme aspre e fessurate. È questo il caso del Monte San Fratello e, soprattutto, delle Rocche del Crasto (1315 m. s. l. m.).
I comuni ricadenti nell’area del parco sono 23: 18 in provincia di Messina (Acquedolci, Alcara Li Fusi, Capizzi, Caronia, Cesarò, Floresta, Galati Mamertino, Longi, Militello Rosmarino, Mistretta, Sant'Agata di Militello, Santa Domenica Vittoria, San Fratello, San Marco d'Alunzio, Santo Stefano di Camastra, San Teodoro, Tortorici, Ucria), 3 in provincia di Catania (Bronte, Maniace, Randazzo), 2 in provincia di Enna (Cerami, Troina).
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I Nebrodi, assieme alle Madonie ad ovest e ai Peloritani ad est, costituiscono l’Appennino siculo. Essi s’affacciano, a nord, direttamente sul Mar Tirreno, mentre il loro limite meridionale è segnato dall’Etna, in particolare dal fiume Alcantara e dall’alto corso del Simeto.
Notevole è la escursione altimetrica, che da poche decine di metri sul livello del mare raggiunge la quota massima di 1847 metri di Monte Soro. Altri rilievi da segnalare sono la Serra del Re (1754 metri), Pizzo Fau (1686 metri) e Serra Pignataro (1661 metri). Gli elementi principali che più fortemente caratterizzano il paesaggio naturale dei Nebrodi sono l’asimmetria dei vari versanti, la diversità di modellazione dei rilievi, la ricchissima vegetazione e gli ambienti umidi. Connotazione essenziale dell’andamento orografico è la dolcezza dei rilievi, dovuta alla presenza di estesi banchi di rocce argillose ed arenarie: le cime, che raggiungono con Monte Soro la quota massima di 1847 s. l. m., hanno fianchi arrotondati e s’aprono in ampie vallate solcate da numerose fiumare che sfociano nel Mar Tirreno. Ove però predominano i calcari, il paesaggio assume aspetti dolomitici, con profili irregolari e forme aspre e fessurate. È questo il caso del Monte San Fratello e, soprattutto, delle Rocche del Crasto (1315 m. s. l. m.).
I comuni ricadenti nell’area del parco sono 23: 18 in provincia di Messina (Acquedolci, Alcara Li Fusi, Capizzi, Caronia, Cesarò, Floresta, Galati Mamertino, Longi, Militello Rosmarino, Mistretta, Sant'Agata di Militello, Santa Domenica Vittoria, San Fratello, San Marco d'Alunzio, Santo Stefano di Camastra, San Teodoro, Tortorici, Ucria), 3 in provincia di Catania (Bronte, Maniace, Randazzo), 2 in provincia di Enna (Cerami, Troina).
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Riserva naturale integrale Saline di Trapani e Paceco La Riserva naturale integrale Saline di Trapani e Paceco è una riserva naturale regionale della Sicilia. Il geografo arabo al-Idrisi documenta la presenza delle saline già nel periodo della dominazione normanna in Sicilia. Sotto il regno di Federico di Svevia fu istituito il monopolio di stato sulla produzione del sale, che si protrasse anche… durante la dominazione angioina. Furono in seguito gli aragonesi a sancire il ritorno alla proprietà privata, ma fu sotto la corona spagnola che l’attività di produzione del sale raggiunse il suo acme, trasformando il porto di Trapani nel più importante centro europeo di commercio del prezioso elemento. Con l’Unità d’Italia e la concorrenza delle saline di Cagliari iniziò la decadenza delle saline trapanesi, accentuata dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e dalla concorrenza straniera. Molte delle saline furono dismesse o abbandonate. Dopo la istituzione della Riserva, avvenuta con decreto dell’Assessore Regionale Territorio e Ambiente n.257 dell’11 maggio 1995, ed il suo affidamento in gestione al WWF Italia, si è assistito ad un nuovo rilancio delle attività produttive, con l’approvazione di interventi di restauro e recupero degli impianti abbandonati. La Riserva comprende una fascia costiera estesa quasi mille ettari, suddivisi in zona A di Riserva (707 ha) e zona B di Pre-Riserva (278,75 ha), al confine tra i comuni di Trapani e Paceco. Gran parte della Riserva è costituito da saline di proprietà privata, in cui viene tuttora praticata la estrazione del sale secondo le tecniche tradizionali in uso da secoli. Di notevole impatto paesaggistico la presenza di numerosi mulini a vento utilizzati per pompare l’acqua tra i bacini. Al di la di questa valenza etno-antropologica, il sito si caratterizza per il fatto di essere una delle più importanti aree umide costiere della Sicilia occidentale, ambiente di sosta di numerose specie di uccelli migratori.
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Selinunte (greco Selinos, latino Selinus) era una antica città greca sulla costa sud-occidentale della Sicilia. Il sito archeologico è composto da cinque templi costruiti intorno ad una acropoli. Dei cinque templi solo il tempio E (il cosiddetto tempio di Era) è stato ricostruito.
Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione. La città ebbe una vita breve (circa 200 anni). In questo periodo la sua popolazione crebbe fino a raggiungere le 25.000 unità. Il nome deriva dal sedano selvatico (sono in greco) che i coloni vi trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa spedizione in Sicilia degli ateniensi (415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene, riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non avevano colto i segni del cambiamento ed invasero i territori segestani, che credevano ormai privi di protezione. Invece la reazione di Cartagine fu drastica: la città venne assediata per nove giorni da un esercito di 100.000 cartaginesi e, secondo Diodoro Siculo, distrutta completamente. Su 25.000 abitanti 16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250 a.c. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda volta la città, che non si sarebbe più ripresa.
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Secondo Tucidide, Selinunte fu fondata verso la metà del VII secolo a.C. da coloni greci provenienti da Megara Iblea. Il sito scelto stava sulla costa del Mar Mediterraneo, tra le due valli fluviali del Belice e del Modione. La città ebbe una vita breve (circa 200 anni). In questo periodo la sua popolazione crebbe fino a raggiungere le 25.000 unità. Il nome deriva dal sedano selvatico (sono in greco) che i coloni vi trovarono in abbondanza. Una pianta di sedano era raffigurata anche sulle monete coniate più tardi a Selinunte.
La città fu l'avamposto occidentale della cultura greca in Sicilia. Si alleò con Cartagine, soprattutto per assicurarsi protezione contro la vicina città elima di Segesta. Ma dopo la disastrosa spedizione in Sicilia degli ateniensi (415-413 a.C.) cambiarono gli equilibri: Segesta, prima alleata di Atene, riuscì ad assicurarsi l'alleanza con i cartaginesi. I selinuntini non avevano colto i segni del cambiamento ed invasero i territori segestani, che credevano ormai privi di protezione. Invece la reazione di Cartagine fu drastica: la città venne assediata per nove giorni da un esercito di 100.000 cartaginesi e, secondo Diodoro Siculo, distrutta completamente. Su 25.000 abitanti 16.000 morirono e 5.000 furono fatti prigionieri.
Selinunte fu successivamente ricostruita da coloni greci e punici. Nel 250 a.c. Roma, dopo aver vinto la prima guerra punica, distrusse una seconda volta la città, che non si sarebbe più ripresa.
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La Riserva naturale orientata Foce del fiume Platani è un'area naturale protetta della Sicilia istituita il 4 luglio 1984 dalla Regione Siciliana con la seguente motivazione: "Per garantire la conservazione della popolazione ornitica, favorire la ricostituzione della macchia mediterranea, delle associazioni alofile e delle dune".
La riserva è costituita da una superficie complessiva di circa 206 ettari che interseca la foce del fiume Platani, nei territori di Ribera e Cattolica Eraclea (AG). L'oasi lambisce il promontorio di Capo Bianco, sede dell'antica citta greca di Eraclea Minoa.
plataniPossiamo distinguere due tipologie di vegetazione.
Il rimboscimento protettivo degli anni '50 costituito da una pineta (Pinus halepensis, Pinus pinea e Pinus canariensis) ed in cui si inseriscono alcune lembi ad eucalipto (Eucaliptus camaldulensis) e acacia. Sotto il rimboschimento esiste in molti punti un florido sottobosco con specie della macchia mediterranea, in particolare lentisco (Pistacia lentiscus), asparago spinoso (Asparagus acutifolius), palma nana (Chamaerops humilis), tamerice (Tamarix gallica) e carrubo (Ceratonia siliqua).
La vegetazione dunale psammofila si trova a ridosso della pineta e nella foce del fiume.
Si tratta di specie erbacee e arbustive che colonizzano e favoriscono la formazione delle dune le quali proteggono la vegetazione dalla salsedine e dai forti venti, contribuendo all'omeostasi dell'ecosistema. Lungo tutta la foce abbonda la cannuccia (Phragmites australis), mentre tra le specie caratteristiche delle dune vi sono lo sparzio pungente (Ammophilla littoralis), il giunco (Juncus acutus), l'erba kali (Salsola kali), il giglio di mare (Pancratium maritimum), lo zigolo (Cyperus kalli), il ravastrello (Cakile maritima), la gramigna delle spiagge (Agropyron junceum), il vilucchio (Calystegia soldanella) e la calcatreppola (Eryngium maritimum
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La riserva è costituita da una superficie complessiva di circa 206 ettari che interseca la foce del fiume Platani, nei territori di Ribera e Cattolica Eraclea (AG). L'oasi lambisce il promontorio di Capo Bianco, sede dell'antica citta greca di Eraclea Minoa.
plataniPossiamo distinguere due tipologie di vegetazione.
Il rimboscimento protettivo degli anni '50 costituito da una pineta (Pinus halepensis, Pinus pinea e Pinus canariensis) ed in cui si inseriscono alcune lembi ad eucalipto (Eucaliptus camaldulensis) e acacia. Sotto il rimboschimento esiste in molti punti un florido sottobosco con specie della macchia mediterranea, in particolare lentisco (Pistacia lentiscus), asparago spinoso (Asparagus acutifolius), palma nana (Chamaerops humilis), tamerice (Tamarix gallica) e carrubo (Ceratonia siliqua).
La vegetazione dunale psammofila si trova a ridosso della pineta e nella foce del fiume.
Si tratta di specie erbacee e arbustive che colonizzano e favoriscono la formazione delle dune le quali proteggono la vegetazione dalla salsedine e dai forti venti, contribuendo all'omeostasi dell'ecosistema. Lungo tutta la foce abbonda la cannuccia (Phragmites australis), mentre tra le specie caratteristiche delle dune vi sono lo sparzio pungente (Ammophilla littoralis), il giunco (Juncus acutus), l'erba kali (Salsola kali), il giglio di mare (Pancratium maritimum), lo zigolo (Cyperus kalli), il ravastrello (Cakile maritima), la gramigna delle spiagge (Agropyron junceum), il vilucchio (Calystegia soldanella) e la calcatreppola (Eryngium maritimum
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L'area archeologica sorge in località Rocchicella, su un contrafforte basaltico a ridosso della vallata del fiume Margi, nei pressi di Palagonia, da cui dista circa 1 Km, sebbene dall'inizio del secolo scorso sia stata annessa al territorio del Comune di Mineo. La regione ha recentemente acquisito l'area per aprirla al pubblico, realizzando anche un'area espositiva per esporre i materiali rinvenuti dagli scavi.
Le notizie sull'antica città sono incerte: ne parla Diodoro Siculo affermando che venne rifondata da Ducezio nel 453 a.C.. La città di Palikè fu fondata sull'altura che domina la pianura dove si travava l'antico santuario dei Palici, divinità indigene ben presto inserite nel pantheon greco. Secondo molti storici dall'antica Palikè trae origine l'odierna Palagonia, il cui toponimo significherebbe per l'appunto "Nea Palica" ossia la Nuova Palica. A partire dal 1995 alcune campagne di scavo della Soprintendenza dei beni culturali ed ambientali di Catania hanno permesso di individuare, nell'area davanti alla grotta che si apre ai piedi dell'altura, la presenza di una serie di strati archeologici che dal Mesolitico arrivano all'età sveva. All'età arcaica risalgono le più antiche strutture che si possono attribuire al santuario dei Palici che viene ricostruito con strutture monumentali quali portici e sala da banchetto nel V sec.a.C. probabilmente grazie all'iniziativa di Ducezio, capo siculo che avrebbe fissato la sede della sua lega di città sicule proprio presso il santuario del Palici. Secondo il mito greco gli dei Palici sarebbero nati dall'unione di Zeus con la ninfa Talia : il tempio sarebbe sorto sulle rive mefitiche del laghetto, dove si svolgevano alcuni riti tramite i quali i sacerdoti eseguivano vaticini e ordalie. Oggi il laghetto di Naftia non è visibile e i suoi gas vengono sfruttati industrialmente.
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Le notizie sull'antica città sono incerte: ne parla Diodoro Siculo affermando che venne rifondata da Ducezio nel 453 a.C.. La città di Palikè fu fondata sull'altura che domina la pianura dove si travava l'antico santuario dei Palici, divinità indigene ben presto inserite nel pantheon greco. Secondo molti storici dall'antica Palikè trae origine l'odierna Palagonia, il cui toponimo significherebbe per l'appunto "Nea Palica" ossia la Nuova Palica. A partire dal 1995 alcune campagne di scavo della Soprintendenza dei beni culturali ed ambientali di Catania hanno permesso di individuare, nell'area davanti alla grotta che si apre ai piedi dell'altura, la presenza di una serie di strati archeologici che dal Mesolitico arrivano all'età sveva. All'età arcaica risalgono le più antiche strutture che si possono attribuire al santuario dei Palici che viene ricostruito con strutture monumentali quali portici e sala da banchetto nel V sec.a.C. probabilmente grazie all'iniziativa di Ducezio, capo siculo che avrebbe fissato la sede della sua lega di città sicule proprio presso il santuario del Palici. Secondo il mito greco gli dei Palici sarebbero nati dall'unione di Zeus con la ninfa Talia : il tempio sarebbe sorto sulle rive mefitiche del laghetto, dove si svolgevano alcuni riti tramite i quali i sacerdoti eseguivano vaticini e ordalie. Oggi il laghetto di Naftia non è visibile e i suoi gas vengono sfruttati industrialmente.
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Kamarina, in greco Καμαρίνα, (da alcuni conosciuta anche con la forma italianizzata di Camarina) fu una importante colonia di Siracusa fondata e costruita da questa alla foce del fiume Ippari in Provincia di Ragusa. Di essa oggi non rimangono che rovine e importanti reperti archeologici, principalmente sul colle Cammarana nel territorio del comune di Ragusa.
Kamarina venne fondata agli inizi del VI secolo a.C. 598 a.C. – 597 a.C.) dai siracusani sul fertile promontorio delimitato dai fiumi Ippari a nord e Oanis a sud. Scopo del nuovo insediamento era quello di creare un presidio lungo la rotta africana e frenare l'espansione verso sud di Gela, che appena diciotto anni dopo fonderà più a nord-ovest Akragas (580 a.C.). Divenuta rapidamente un importante centro agricolo e di riferimento per i fiorenti traffici commerciali dell'entroterra ibleo anche dei Siculi, la colonia entrò presto in conflitto con la città-madre. Sconfitta nel 552 a.C., secondo le fonti, la popolazione camarinense, venne esiliata; tuttavia, lo scavo dell'insediamento attesta una continuità di vita ininterrotta nell'arco dell'intero VI secolo a.C..
Rifondata in seguito da Gela 492 a.C., 461 a.C., Kamarina riacquisì la sua importanza e in seguito all'alleanza stretta con Atene in funzione antisiracusana, nel corso della guerra del Peloponneso riuscì a strappare a Siracusa il lontano territorio di Morgantina 424 a.C.. Quando ad Alcibiade venne tolto il comando dell'esercito ateniese tuttavia si tirò da parte. Durante l'avanzata di Annibale nel 403-401 a.c. Kamarina venne nuovamente saccheggiata e distrutta dal suo esercito. Rientrò nell'orbita siracusana durante il dominio di Dionisio I il grande e prese parte alla simmachia di Dione di Siracusa nel 357 a.C. quando questi con il suo esercito marciò alla conquista di Siracusa. Dopo il dominio punico a cui fu sottoposta tra 405 e 393 a.C., ebbe un nuovo periodo di prosperità alla fine del IV sec. a.C. raggiungendo, sotto Timoleonte(339 a.C.), la sua massima espansione urbanistica.
27110_420770684504_1394205_nA partire del III secolo a.C. fu presa dai Mamertini nel 275 a.C. poi dai Romani nel 258 a.C. Al tempo della Repubblica romana il suo capiente porto accolse le navi da guerra di Publio Cornelio Scipione, Emilio Paolo, Pompeo Magno, Cesare e Ottaviano e i commerci con l'Africa e l'Egitto. Ma nel periodo imperiale i romani realizzarono un nuovo porto nella vicina Kaucana e quindi la città si spopolò progressivamente dei suoi abitanti.
Kamarina venne definitivamente distrutta nell'827 dall'esercito guidato da Qad' Ased al Furat nel corso della conquista araba .
L'acropoli mostra una continuità d'uso: i resti del tempio della divinità principale, Athena, vengono inglobati nella costruzione della chiesa della Madonna di Cammarana. L'edificio colmo degli ex-voto dei naviganti scampati alla furia delle tempeste venne distrutto da un incendio nel 1873; i suoi resti furono utilizzati per la costruzione della masseria che oggi ospita il locale Museo.
I resti
I resti attuali, di grande interesse archeologico, sono tuttavia poca cosa per suscitare nell'osservatore ricordi della sua passata grandezza e potenza. Rimangono tombe arcaiche (VII secolo a.C.) e ruderi poco significativi di un tempio dedicato a Minerva. Lungo l'Ippari si può riconoscere il tracciato dell'antico porto canale. La città è ancora riconoscibile nella sua area originaria dai resti di case e di pavimentazioni.
Nel vicino bosco di Passo Marinaro si trovano ancora le tombe di una necropoli nel V – IV secolo a.C. Gli scavi condotti a Kamarina da Paolo Orsi dal 1896 al 1911, hanno fornito copioso materiale archeologico che si trova al Museo di Siracusa.
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27110_420770684504_1394205_nA partire del III secolo a.C. fu presa dai Mamertini nel 275 a.C. poi dai Romani nel 258 a.C. Al tempo della Repubblica romana il suo capiente porto accolse le navi da guerra di Publio Cornelio Scipione, Emilio Paolo, Pompeo Magno, Cesare e Ottaviano e i commerci con l'Africa e l'Egitto. Ma nel periodo imperiale i romani realizzarono un nuovo porto nella vicina Kaucana e quindi la città si spopolò progressivamente dei suoi abitanti.
Kamarina venne definitivamente distrutta nell'827 dall'esercito guidato da Qad' Ased al Furat nel corso della conquista araba .
L'acropoli mostra una continuità d'uso: i resti del tempio della divinità principale, Athena, vengono inglobati nella costruzione della chiesa della Madonna di Cammarana. L'edificio colmo degli ex-voto dei naviganti scampati alla furia delle tempeste venne distrutto da un incendio nel 1873; i suoi resti furono utilizzati per la costruzione della masseria che oggi ospita il locale Museo.
I resti
I resti attuali, di grande interesse archeologico, sono tuttavia poca cosa per suscitare nell'osservatore ricordi della sua passata grandezza e potenza. Rimangono tombe arcaiche (VII secolo a.C.) e ruderi poco significativi di un tempio dedicato a Minerva. Lungo l'Ippari si può riconoscere il tracciato dell'antico porto canale. La città è ancora riconoscibile nella sua area originaria dai resti di case e di pavimentazioni.
Nel vicino bosco di Passo Marinaro si trovano ancora le tombe di una necropoli nel V – IV secolo a.C. Gli scavi condotti a Kamarina da Paolo Orsi dal 1896 al 1911, hanno fornito copioso materiale archeologico che si trova al Museo di Siracusa.
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Le Catacombe di Porta d'Ossuna sono un cimitero ipogeo paleocristiano di Palermo. Il sito è posto nella depressione naturale del Papireto a nord-ovest della città, e fu tagliato lungo Corso Alberto Amedeo per l'edificazione dei bastioni cinquecenteschi. Il complesso fu scoperto nel 1739 durante i lavori per la costruzione del convento delle Cappuccinelle ed esplorato dal Principe di Torremuzza, mentre nel 1907 fu studiato per la prima volta da Führer-Scultze. Durante la seconda guerra mondiale le catacombe vennero utilizzate come ricovero dalla popolazione per rifugiarsi dai bombardamenti. L'ingresso è oggi su Corso Alberto Amedeo, preceduto da un vestibolo costruito per volere di Ferdinando I di Borbone nel 1785, di cui resta un'iscrizione celebrativa all'entrata; in passato questo era posto a sud-ovest, dove si trova un rampa d'accesso con sette gradini ed un basamento trapezoidale probabilmente impiegato come mensa per i refrigeria (banchetti funebri). La catacomba è articolata su un asse est-ovest e diversi corridoi perpendicolari, dove si parono arcosoli polisomi, loculi e cubicoli. Le pareti erano dipinte, ma oggi restano solamente alcune tracce di intonaco. Alla scoperta nel XVIII secolo fu rinvenuta un'iscrizione funeraria per una bambina (CIL X, 7333), oggi conservata al Museo Archeologico Regionale "Antonio Salinas". La struttura, nonostante le dimensioni più modeste, è simile alle catacombe di Siracusa e risale al IV-V secolo. La gestione delle catacombe è affidata alla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra della Santa Sede.
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La grotta dell'Addaura è un complesso di tre grotte naturali poste sul fianco nord-orientale del Monte Pellegrino a Palermo, in Sicilia. L'importanza del complesso è determinata dalla presenza di incisioni rupestri databili fra l'Epigravettiano finale e il Mesolitico.
I graffiti dell'Addaura
Sul fianco del Monte Pellegrino, che domina Palermo, a sud-ovest della spiaggia di Mondello a 70 metri sul livello del mare, si aprono alcune grotte e cavità nelle quali sono state ritrovate ossa e strumenti utilizzati per la caccia che attestano la presenza dell'uomo, che le ha abitate, a partire dal Paleolitico e nel Mesolitico. I reperti adesso sono conservati nel Museo Archeologico di Palermo. La loro importanza tuttavia è dovuta soprattutto alla presenza di uno straordinario complesso di incisioni rupestri che ornano le pareti e che costituiscono un caso unico nel panorama dell’arte rupestre preistorica.
Il ritrovamento dei graffiti dell'Addaura è recente ed è stato del tutto casuale. Le tre grotte che costituiscono il complesso dell'Addaura nel massiccio del Monte Pellegrino erano già state studiate dai paletnologi dato che in esse era stato ritrovato lo scheletro di un elefante nano.
Fu dopo lo sbarco in Sicilia e l'arrivo a Palermo nel 1943 che gli alleati, in cerca di un sito idoneo, avevano destinato le grotte a deposito di munizioni ed esplosivi. Lo scoppio accidentale dell'arsenale a fine guerra provocò lo sgretolamento delle pareti della grotta principale e il crollo di un diaframma di roccia portando alla luce i graffiti fino ad allora coperti dalla patina del tempo. I graffiti vennero studiati accuratamente dalla professoressa Jole Bovio Marconi i cui studi furono pubblicati nel 1953 .
Dal 1997 le grotte dell'Addaura non sono più visitabili; il sito è stato chiuso per il pericolo di caduta massi data l'instabilità del costone roccioso. Fin'oggi non sono state messe in opera le opportune misure di consolidamento.
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I graffiti dell'Addaura
Sul fianco del Monte Pellegrino, che domina Palermo, a sud-ovest della spiaggia di Mondello a 70 metri sul livello del mare, si aprono alcune grotte e cavità nelle quali sono state ritrovate ossa e strumenti utilizzati per la caccia che attestano la presenza dell'uomo, che le ha abitate, a partire dal Paleolitico e nel Mesolitico. I reperti adesso sono conservati nel Museo Archeologico di Palermo. La loro importanza tuttavia è dovuta soprattutto alla presenza di uno straordinario complesso di incisioni rupestri che ornano le pareti e che costituiscono un caso unico nel panorama dell’arte rupestre preistorica.
Il ritrovamento dei graffiti dell'Addaura è recente ed è stato del tutto casuale. Le tre grotte che costituiscono il complesso dell'Addaura nel massiccio del Monte Pellegrino erano già state studiate dai paletnologi dato che in esse era stato ritrovato lo scheletro di un elefante nano.
Fu dopo lo sbarco in Sicilia e l'arrivo a Palermo nel 1943 che gli alleati, in cerca di un sito idoneo, avevano destinato le grotte a deposito di munizioni ed esplosivi. Lo scoppio accidentale dell'arsenale a fine guerra provocò lo sgretolamento delle pareti della grotta principale e il crollo di un diaframma di roccia portando alla luce i graffiti fino ad allora coperti dalla patina del tempo. I graffiti vennero studiati accuratamente dalla professoressa Jole Bovio Marconi i cui studi furono pubblicati nel 1953 .
Dal 1997 le grotte dell'Addaura non sono più visitabili; il sito è stato chiuso per il pericolo di caduta massi data l'instabilità del costone roccioso. Fin'oggi non sono state messe in opera le opportune misure di consolidamento.
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La Valle dei Templi è un'area archeologica della Sicilia caratterizzata dall'eccezionale stato di conservazione e da una serie di importanti templi dorici del periodo ellenico. Corrisponde all'antica Akragas, monumentale nucleo originario della città di Agrigento.
Dal 1997 l'intera zona è stata inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità redatta dall'UNESCO. È considerata un'ambita meta turistica, oltre ad essere il simbolo della città e uno dei principali di tutta l'isola. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi misura circa 1300 ettari.
La nascita della polis agrigentina è legata allo sviluppo della polis Geloa: la città, infatti, fu fondata nel 581 a.C. da alcuni abitanti di Gela, originari delle isole di Rodi e di Creta, col nome di Ἀκράγας (Akragas), dall'omonimo fiume che bagna il territorio. Fu una delle principali città del mondo antico, centro urbano importante sia economicamente che politicamente.
L'insediamento fu protetto nel VI secolo da un sistema difensivo costituito da un circuito di mura che sfruttava le caratteristiche topografiche del luogo costituito dal pianoro su fianco di colline che dominavano il litorale e di cui la "valle dei templi" occupava il margine sud e non costituiva l'acropoli localizzata invece più a monte, in corrispondenza del nucleo medievale dell'attuale città.
L'espansionismo militare di Akragas ebbe particolarmente impulso al tempo del tiranno Terone (488-473 a.C.) e della vittoria sui Cartaginesi. Seguì un periodo di rivalità con Siracusa. I grandi templi costruiti nel V secolo testimoniano comunque la prosperità della città.
Dopo il saccheggio da parte dei Cartaginesi nel 408 a.C. seguì un periodo di decadenza della città, che comunque fu ricostruita. Dal 262 a.C. Agrigento entrò nel dominio romano, restando comunque una città importante. A partire dal VII secolo la città si impoverì e si spopolò ed il centro urbano si ridusse alla sola collina dell'acropoli, abbandonando così sia l'area urbana che la zona dei templi, che si salvò così da trasformazioni urbane.
La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben dieci templi in ordine dorico, tre santuari, una grande concentrazione di necropoli (Montelusa; Mosè; Pezzino; necropoli romana e tomba di Terone; paleocristiana; Acrosoli); opere idrauliche (giardino della Kolymbetra e gli Ipogei); fortificazioni; parte di un quartiere ellenistico romano costruito su pianta greca; due importanti luoghi di riunione: l'Agorà inferiore (non lontano dai resti del tempio di Zeus Olimpio) e l'Agorà superiore (che si trova all'interno del complesso museale); un Olympeion e un Bouleuterion (sala del consiglio) di epoca romana su pianta greca. Le denominazioni dei templi e le relative identificazioni, tranne quella dell'Olympeion, si presumono essere pure speculazioni umanistiche, che sono però rimaste nell'uso comune. Tempio di Hera Lacinia, o tempio di Giunone, fu costruito nel V secolo a.C. e incendiato nel 406 dai Cartaginesi. Era il tempio in cui di solito si celebravano le nozze.[senza fonte]
Tempio della Concordia, il cui nome deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze dello stesso tempio, costruito anch'esso nel V secolo. Attualmente è con ogni probabilità quello meglio conservato, grazie anche alla circostanza che fu trasformato in tempio cristiano nel VI secolo d.C.
Tempio di Eracle, o tempio di Ercole, il cui culto era molto importante nell'antica Akragas. Si tratta di una delle costruzioni più antiche. Distrutto da un terremoto, oggi restano in piedi otto colonne.
Tempio di Zeus Olimpio, edificato dopo la vittoria di Himera sui Cartaginesi (480-479) per onorare Zeus. Era il tempio più grande di tutto l'occidente antico e unico nell'architettura del suo genere. Era caratterizzato dalla presenza dei telamoni, immense sculture alte sette metri e mezzo, raffigurazioni di Atlante che sorregge la volta celeste.
Tempio dei Dioscuri o tempio di Castore e Polluce. In realtà il tempio sorge all'interno del santuario delle divinità ctonie ed è quindi probabile che sia stato edificato in onore delle divinità della terra (Demetra, Persefone, Dioniso) e non dei Dioscuri.
Tempio di Efesto o tempio di Vulcano.
Tempio di Atena. Costruito lontano dalla valle vera e propria. Si trova nel centro storico della città di Agrigento. Sulla base del tempio sorge oggi la chiesa medievale di Santa Maria dei Greci.
Tempio L, è stato scoperto da scavi recenti[quando?] ed è una costruzione completamente distrutta già in epoca classica. Tempio di Asclepio, o tempio di Esculapio, facente parte di un santuario extraurbano costruito lontano dalle mura delle città, luogo di pellegrinaggio dei malati in ricerca di guarigione.
Tempio di Demetra e santuario rupestre di Demetra. Il tempio sorge nella parte orientale della città, sul fianco del pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas. Dal terrazzo del tempio di Demetra, attraverso una scalinata incavata nella roccia, si giunge al sottostante santuario completamente scavato all'interno della collina. Tempio di Iside. Si trova all'interno del complesso museale di San Nicola.
La valle dei Templi inoltre ospita la cosiddetta tomba di Terone, un monumento di tufo di notevoli dimensioni a forma di piramide, che si pensa eretto per ricordare i caduti della Seconda guerra punica.
Sull'altro lato della strada che imbocca la Porta Aurea si stende una vasta spianata, dominata dal grande campo dell'Olympeion. Da un punto di vista topografico generale, il complesso, in rovina, appare virtualmente racchiuso tra una grande platea a nord, da uno stenopòs ad est, e da due isolati con relativi stenopoi ad ovest, mentre a sud corre la linea delle mura. È invece poco chiara la situazione ad est, oltre il grande altare del tempio, dove viene comunemente indicata la “zona dell'agorà” e dove si colloca un vasto parcheggio moderno, così come non definite bene sono le pertinenze occidentali del santuario, tra gli isolati d'abitazione e il colossale tempio.
Ad ovest di questi isolati d'abitazione, racchiuso da una stoà a L, si trova un altro santuario, di cui restano un piazzale lastricato, una sacello di pianta complessa e una tholos. Questo santuario posa su di uno sprone, ad est di un'ulteriore porta urbica, la V, sul cui altro lato si collocano in successione, fino al limite sud-occidentale della Collina dei Templi, il santuario delle divinità ctonie scavato dal Marconi, il nuovo santuario arcaico esplorato dal Del Miro, la cosiddetta colimbetra (dove si deve collocare un'altra porta ancora sconosciuta), e la punta estrema col tempio di Vulcano.
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Dal 1997 l'intera zona è stata inserita nella lista dei patrimoni dell'umanità redatta dall'UNESCO. È considerata un'ambita meta turistica, oltre ad essere il simbolo della città e uno dei principali di tutta l'isola. Il parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi misura circa 1300 ettari.
La nascita della polis agrigentina è legata allo sviluppo della polis Geloa: la città, infatti, fu fondata nel 581 a.C. da alcuni abitanti di Gela, originari delle isole di Rodi e di Creta, col nome di Ἀκράγας (Akragas), dall'omonimo fiume che bagna il territorio. Fu una delle principali città del mondo antico, centro urbano importante sia economicamente che politicamente.
L'insediamento fu protetto nel VI secolo da un sistema difensivo costituito da un circuito di mura che sfruttava le caratteristiche topografiche del luogo costituito dal pianoro su fianco di colline che dominavano il litorale e di cui la "valle dei templi" occupava il margine sud e non costituiva l'acropoli localizzata invece più a monte, in corrispondenza del nucleo medievale dell'attuale città.
L'espansionismo militare di Akragas ebbe particolarmente impulso al tempo del tiranno Terone (488-473 a.C.) e della vittoria sui Cartaginesi. Seguì un periodo di rivalità con Siracusa. I grandi templi costruiti nel V secolo testimoniano comunque la prosperità della città.
Dopo il saccheggio da parte dei Cartaginesi nel 408 a.C. seguì un periodo di decadenza della città, che comunque fu ricostruita. Dal 262 a.C. Agrigento entrò nel dominio romano, restando comunque una città importante. A partire dal VII secolo la città si impoverì e si spopolò ed il centro urbano si ridusse alla sola collina dell'acropoli, abbandonando così sia l'area urbana che la zona dei templi, che si salvò così da trasformazioni urbane.
La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben dieci templi in ordine dorico, tre santuari, una grande concentrazione di necropoli (Montelusa; Mosè; Pezzino; necropoli romana e tomba di Terone; paleocristiana; Acrosoli); opere idrauliche (giardino della Kolymbetra e gli Ipogei); fortificazioni; parte di un quartiere ellenistico romano costruito su pianta greca; due importanti luoghi di riunione: l'Agorà inferiore (non lontano dai resti del tempio di Zeus Olimpio) e l'Agorà superiore (che si trova all'interno del complesso museale); un Olympeion e un Bouleuterion (sala del consiglio) di epoca romana su pianta greca. Le denominazioni dei templi e le relative identificazioni, tranne quella dell'Olympeion, si presumono essere pure speculazioni umanistiche, che sono però rimaste nell'uso comune. Tempio di Hera Lacinia, o tempio di Giunone, fu costruito nel V secolo a.C. e incendiato nel 406 dai Cartaginesi. Era il tempio in cui di solito si celebravano le nozze.[senza fonte]
Tempio della Concordia, il cui nome deriva da un'iscrizione latina ritrovata nelle vicinanze dello stesso tempio, costruito anch'esso nel V secolo. Attualmente è con ogni probabilità quello meglio conservato, grazie anche alla circostanza che fu trasformato in tempio cristiano nel VI secolo d.C.
Tempio di Eracle, o tempio di Ercole, il cui culto era molto importante nell'antica Akragas. Si tratta di una delle costruzioni più antiche. Distrutto da un terremoto, oggi restano in piedi otto colonne.
Tempio di Zeus Olimpio, edificato dopo la vittoria di Himera sui Cartaginesi (480-479) per onorare Zeus. Era il tempio più grande di tutto l'occidente antico e unico nell'architettura del suo genere. Era caratterizzato dalla presenza dei telamoni, immense sculture alte sette metri e mezzo, raffigurazioni di Atlante che sorregge la volta celeste.
Tempio dei Dioscuri o tempio di Castore e Polluce. In realtà il tempio sorge all'interno del santuario delle divinità ctonie ed è quindi probabile che sia stato edificato in onore delle divinità della terra (Demetra, Persefone, Dioniso) e non dei Dioscuri.
Tempio di Efesto o tempio di Vulcano.
Tempio di Atena. Costruito lontano dalla valle vera e propria. Si trova nel centro storico della città di Agrigento. Sulla base del tempio sorge oggi la chiesa medievale di Santa Maria dei Greci.
Tempio L, è stato scoperto da scavi recenti[quando?] ed è una costruzione completamente distrutta già in epoca classica. Tempio di Asclepio, o tempio di Esculapio, facente parte di un santuario extraurbano costruito lontano dalle mura delle città, luogo di pellegrinaggio dei malati in ricerca di guarigione.
Tempio di Demetra e santuario rupestre di Demetra. Il tempio sorge nella parte orientale della città, sul fianco del pendio con cui si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas. Dal terrazzo del tempio di Demetra, attraverso una scalinata incavata nella roccia, si giunge al sottostante santuario completamente scavato all'interno della collina. Tempio di Iside. Si trova all'interno del complesso museale di San Nicola.
La valle dei Templi inoltre ospita la cosiddetta tomba di Terone, un monumento di tufo di notevoli dimensioni a forma di piramide, che si pensa eretto per ricordare i caduti della Seconda guerra punica.
Sull'altro lato della strada che imbocca la Porta Aurea si stende una vasta spianata, dominata dal grande campo dell'Olympeion. Da un punto di vista topografico generale, il complesso, in rovina, appare virtualmente racchiuso tra una grande platea a nord, da uno stenopòs ad est, e da due isolati con relativi stenopoi ad ovest, mentre a sud corre la linea delle mura. È invece poco chiara la situazione ad est, oltre il grande altare del tempio, dove viene comunemente indicata la “zona dell'agorà” e dove si colloca un vasto parcheggio moderno, così come non definite bene sono le pertinenze occidentali del santuario, tra gli isolati d'abitazione e il colossale tempio.
Ad ovest di questi isolati d'abitazione, racchiuso da una stoà a L, si trova un altro santuario, di cui restano un piazzale lastricato, una sacello di pianta complessa e una tholos. Questo santuario posa su di uno sprone, ad est di un'ulteriore porta urbica, la V, sul cui altro lato si collocano in successione, fino al limite sud-occidentale della Collina dei Templi, il santuario delle divinità ctonie scavato dal Marconi, il nuovo santuario arcaico esplorato dal Del Miro, la cosiddetta colimbetra (dove si deve collocare un'altra porta ancora sconosciuta), e la punta estrema col tempio di Vulcano.
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